Non
tutti avrebbero voluto giocarla, ma chiunque desiderava una finale così:
indimenticabile. Memorabile lo sarebbe stata sicuramente, perché nella storia
del calcio capitolino non era mai accaduto che Lazio e Roma si contendessero un
trofeo negli ultimi novanta minuti di una competizione. Il 26 maggio del 2013 il
destino ha offerto un’occasione, ponendo l’uno contro l’altro i rivali storici
nella finale di Coppa Italia. I biancocelesti hanno avuto la meglio, scrivendo così
una delle pagine più belle della nostra storia e chiudendo nel migliore dei
modi una stagione iniziata benissimo, ma che – dopo aver preso una brutta piega
in campionato, terminato al settimo posto – rischiava di concludersi senza
sorrisi. Comprensibile quindi la tensione nelle settimane precedenti alla
partita, che si sarebbe disputata davanti ad una città distratta solo
marginalmente da altri eventi (quello stesso giorno, i romani furono chiamati
ad eleggere il nuovo sindaco) e avvolta in un silenzio rotto in due sole
occasioni: alla rete di Senad Lulic e al fischio finale di Orsato.
“HIC MANEBIMUS OPTIME” – A pochi minuti dall’inizio della
partita, nulla lasciava presagire come sarebbe andata a finire. Eccezion fatta
per lo striscione che accompagnava la coreografia della Curva Nord, scritto in
latino: “Hic manebimus optime”. Tradotto: “Qui staremo benissimo”. Un monito a
chi credeva che i primi ad abbandonare l’Olimpico, lasciando il trofeo agli
avversari, sarebbero stati i biancocelesti. Ma anche una profezia, perché al
fischio finale - tra lacrime di gioia, abbracci e cori – sotto la Nord si stava
una meraviglia. Anzi: benissimo, proprio come annunciato dallo striscione.
LA PARTITA - Tornando all’incontro, una cosa la
possiamo dire: non è stata una grande finale dal punto di vista del gioco. Ma
poco importa. Alla Lazio si chiedeva soltanto una cosa: vincere. E per farlo
occorreva superare, abbattendolo, l’ultimo ostacolo posto su un percorso
iniziato il 19 dicembre contro il Siena. A giudicare dalle (poche) occasioni da
rete e dall’atteggiamento prudente dei giocatori in campo, è lecito pensare che
a quest’ultimi i rispettivi tecnici abbiano sussurrato tre paroline: non subire
gol. Il resto sarebbe venuto da sé, giocando con intensità a centrocampo e
lungo le fasce (Petkovic) o cercando di coprirsi e poi ripartire con De Rossi e
Bradley (Andreazzoli). Scelte infelici, quelle dell’allenatore della Roma. I
giallorossi, schierati con un iniziale 4-2-3-1 che - all’occorrenza - si
trasformava in un 4-4-1-1 con Lamela e Marquinho chiamati a sacrificarsi in
copertura, hanno dimostrato poca compattezza e tante, troppe difficoltà a far
ripartire il gioco. Il risultato? Una squadra spaccata in due, con le punte a
lungo in attesa della palla. E così un’incursione di Bradley (10’) e una
punizione di Totti, respinta da Marchetti sotto la traversa a pochi minuti dal
vantaggio biancoceleste, è tutto quello che la Roma è riuscita a creare.
LA STRATEGIA DI PETKO – Il ritiro a Norcia è stato decisivo. Il
modo migliore per scrollarsi di dosso la tensione accumulata nelle ultime
settimane, ritrovarsi come squadra e affrontare così al meglio la 57esima ed
ultima partita della stagione. La più dura. “Non eravamo brillantissimi, ma
concentrati per vincere”, avrebbe poi ammesso Vladimir Petkovic alla fine della
gara. Difficile dargli torto: a conti fatti, la Lazio si è dimostrata più
squadra degli avversari. Nel corso della partita, gli imprevisti non sono
comunque mancati, con Ledesma costretto ad abbandonare il terreno di gioco al
54 esimo a causa di un infortunio. L’uscita anticipata del numero 24 non ha comunque
influito (negativamente) sulla prestazione complessiva dei biancocelesti. L’esperienza
di Giuseppe Biava, di Stefano Mauri e di Miroslav Klose, i riflessi di Federico
Marchetti, le incursioni di Senad Lulic e Antonio Candreva lungo le fasce, la
tenacia di Eddy Onazi e la classe di Hernanes hanno fatto la differenza. Quella
necessaria per regalare ai tifosi biancocelesti il derby più importante di
sempre. Grazie ragazzi. Grazie Senad.
MINUTO ’71 – Sta per scoccare il 71esimo. Fin qui i tifosi biancocelesti hanno
avuto, su un colpo di testa di Klose al 35esimo, soltanto un sussulto. Niente a
che vedere con quanto sarebbe accaduto di lì a poco, perché – al termine dell’azione
che si sta svolgendo – una parte dell’Olimpico avrebbe avuto una reazione di
tutt’altro tenore. Paragonabile ad un’esplosione. Candreva, all’ennesima
sortita nella metà campo avversaria, mette al centro un cross basso dalla
destra; Lobont lo sfiora appena, il minimo necessario per mandare in
controtempo Marquinhos e permettere a Lulic, appostato alle sue spalle, di
appoggiare in rete la sfera. Il resto è storia.
L’APOTEOSI – Il fischio finale di Orsato è una
liberazione. Gli undici uomini in campo saltano, s’abbracciano. Altrettanto
fanno quelli in panchina e i tifosi sugli spalti. C’è anche chi si lascia
sfuggire qualche comprensibile lacrima di gioia. La consegna del trofeo, alzato
da Stefano Mauri, è soltanto l’apice o – se preferite - un piacevole intermezzo
tra i festeggiamenti sotto la Curva Nord, dove calciatori entusiasti e tifosi
in estasi si mescolano sotto lo sguardo dell’aquila Olympia. La Coppa Italia
passa di mano in mano. Ognuno la ‘coccola’ a modo suo: Mauri la bacia, Radu la
mostra orgoglioso mentre Hernanes la tiene con entrambe le mano, quasi a non
volersela lasciar sfuggire, consapevole della sua importanza. “Questa vittoria
– commenta Klose in quei concitanti momenti - non è paragonabile a nessun’altra, questo
trofeo è qualcosa di diverso. L’importante era vincere, durante tutto l’anno
abbiamo fatto un grande lavoro e questo è il risultato”. Il calciatore tedesco
non è però l’unico ad aver compreso, fin da subito, il peso di quella vittoria.
Anche altri, dopo di lui, si sono lasciati andare a commenti entusiasti.
Stefano Mauri e Cristian Ledesma, su tutti. “E’ stata – osserva il giocatore
brianzolo – la partita più importante, la gioia più incredibile. Orgoglioso di
questa maglia…Grandi!”. Stessa euforia anche nelle parole del numero 24
biancoceleste che, proprio nel corso della partita, aveva lasciato la fascia di
capitano a Mauri: “Siamo entrati nella storia. Questa è una vittoria
imparagonabile con tutte le altre, anche con la conquista della Coppa Italia
del 2009”. Abbandonato lo stadio, i tifosi invadono le strade della Capitale
per poi raccogliersi numerosi a ponte Milvio insieme alla squadra. Per qualche
ora la felicità è un privilegio solo per la parte (biancoceleste) della città,
che assiste alla festa dei sostenitori della sua prima squadra.
GRAZIE, SENAD - Il gol di Lulic ha deluso chi aveva
fatto male i propri conti e credeva di aver già vinto una partita prima ancora
di averla giocata. Per di più, una volta metabolizzata la sconfitta, alcuni hanno
cercato di sminuirne l’importanza. Come? Raccontando a posteriori che quella è
stata una “sconfitta benedetta”. “Senza la quale – argomentano con una certa
convinzione – i giallorossi non avrebbero mai conquistato il secondo posto in
campionato l’anno successivo”. Contenti loro. Noi, ne siamo certi, lo siamo
molto di più. Perché quel trofeo non ha soltanto impreziosito ulteriormente la
bacheca biancoceleste, ma ha impedito ad una parte di Roma – a volte soltanto
più rumorosa e nulla più, sia chiaro – di vantarsi di una supremazia cittadina
mai messa in discussione dal 1900. Puntualizziamo, concludendo: mai.
(Articolo pubblicato in versione ridotta sul numero 383 di Lazialità)