16 marzo 2015

26 maggio 2013: non c'è rivincita

Non tutti avrebbero voluto giocarla, ma chiunque desiderava una finale così: indimenticabile. Memorabile lo sarebbe stata sicuramente, perché nella storia del calcio capitolino non era mai accaduto che Lazio e Roma si contendessero un trofeo negli ultimi novanta minuti di una competizione. Il 26 maggio del 2013 il destino ha offerto un’occasione, ponendo l’uno contro l’altro i rivali storici nella finale di Coppa Italia. I biancocelesti hanno avuto la meglio, scrivendo così una delle pagine più belle della nostra storia e chiudendo nel migliore dei modi una stagione iniziata benissimo, ma che – dopo aver preso una brutta piega in campionato, terminato al settimo posto – rischiava di concludersi senza sorrisi. Comprensibile quindi la tensione nelle settimane precedenti alla partita, che si sarebbe disputata davanti ad una città distratta solo marginalmente da altri eventi (quello stesso giorno, i romani furono chiamati ad eleggere il nuovo sindaco) e avvolta in un silenzio rotto in due sole occasioni: alla rete di Senad Lulic e al fischio finale di Orsato.

“HIC MANEBIMUS OPTIME” – A pochi minuti dall’inizio della partita, nulla lasciava presagire come sarebbe andata a finire. Eccezion fatta per lo striscione che accompagnava la coreografia della Curva Nord, scritto in latino: “Hic manebimus optime”. Tradotto: “Qui staremo benissimo”. Un monito a chi credeva che i primi ad abbandonare l’Olimpico, lasciando il trofeo agli avversari, sarebbero stati i biancocelesti. Ma anche una profezia, perché al fischio finale - tra lacrime di gioia, abbracci e cori – sotto la Nord si stava una meraviglia. Anzi: benissimo, proprio come annunciato dallo striscione.

LA PARTITA - Tornando all’incontro, una cosa la possiamo dire: non è stata una grande finale dal punto di vista del gioco. Ma poco importa. Alla Lazio si chiedeva soltanto una cosa: vincere. E per farlo occorreva superare, abbattendolo, l’ultimo ostacolo posto su un percorso iniziato il 19 dicembre contro il Siena. A giudicare dalle (poche) occasioni da rete e dall’atteggiamento prudente dei giocatori in campo, è lecito pensare che a quest’ultimi i rispettivi tecnici abbiano sussurrato tre paroline: non subire gol. Il resto sarebbe venuto da sé, giocando con intensità a centrocampo e lungo le fasce (Petkovic) o cercando di coprirsi e poi ripartire con De Rossi e Bradley (Andreazzoli). Scelte infelici, quelle dell’allenatore della Roma. I giallorossi, schierati con un iniziale 4-2-3-1 che - all’occorrenza - si trasformava in un 4-4-1-1 con Lamela e Marquinho chiamati a sacrificarsi in copertura, hanno dimostrato poca compattezza e tante, troppe difficoltà a far ripartire il gioco. Il risultato? Una squadra spaccata in due, con le punte a lungo in attesa della palla. E così un’incursione di Bradley (10’) e una punizione di Totti, respinta da Marchetti sotto la traversa a pochi minuti dal vantaggio biancoceleste, è tutto quello che la Roma è riuscita a creare.

LA STRATEGIA DI PETKO – Il ritiro a Norcia è stato decisivo. Il modo migliore per scrollarsi di dosso la tensione accumulata nelle ultime settimane, ritrovarsi come squadra e affrontare così al meglio la 57esima ed ultima partita della stagione. La più dura. “Non eravamo brillantissimi, ma concentrati per vincere”, avrebbe poi ammesso Vladimir Petkovic alla fine della gara. Difficile dargli torto: a conti fatti, la Lazio si è dimostrata più squadra degli avversari. Nel corso della partita, gli imprevisti non sono comunque mancati, con Ledesma costretto ad abbandonare il terreno di gioco al 54 esimo a causa di un infortunio. L’uscita anticipata del numero 24 non ha comunque influito (negativamente) sulla prestazione complessiva dei biancocelesti. L’esperienza di Giuseppe Biava, di Stefano Mauri e di Miroslav Klose, i riflessi di Federico Marchetti, le incursioni di Senad Lulic e Antonio Candreva lungo le fasce, la tenacia di Eddy Onazi e la classe di Hernanes hanno fatto la differenza. Quella necessaria per regalare ai tifosi biancocelesti il derby più importante di sempre. Grazie ragazzi. Grazie Senad.

MINUTO ’71 – Sta per scoccare il 71esimo. Fin qui i tifosi biancocelesti hanno avuto, su un colpo di testa di Klose al 35esimo, soltanto un sussulto. Niente a che vedere con quanto sarebbe accaduto di lì a poco, perché – al termine dell’azione che si sta svolgendo – una parte dell’Olimpico avrebbe avuto una reazione di tutt’altro tenore. Paragonabile ad un’esplosione. Candreva, all’ennesima sortita nella metà campo avversaria, mette al centro un cross basso dalla destra; Lobont lo sfiora appena, il minimo necessario per mandare in controtempo Marquinhos e permettere a Lulic, appostato alle sue spalle, di appoggiare in rete la sfera. Il resto è storia.

L’APOTEOSI – Il fischio finale di Orsato è una liberazione. Gli undici uomini in campo saltano, s’abbracciano. Altrettanto fanno quelli in panchina e i tifosi sugli spalti. C’è anche chi si lascia sfuggire qualche comprensibile lacrima di gioia. La consegna del trofeo, alzato da Stefano Mauri, è soltanto l’apice o – se preferite - un piacevole intermezzo tra i festeggiamenti sotto la Curva Nord, dove calciatori entusiasti e tifosi in estasi si mescolano sotto lo sguardo dell’aquila Olympia. La Coppa Italia passa di mano in mano. Ognuno la ‘coccola’ a modo suo: Mauri la bacia, Radu la mostra orgoglioso mentre Hernanes la tiene con entrambe le mano, quasi a non volersela lasciar sfuggire, consapevole della sua importanza. “Questa vittoria – commenta Klose in quei concitanti momenti -  non è paragonabile a nessun’altra, questo trofeo è qualcosa di diverso. L’importante era vincere, durante tutto l’anno abbiamo fatto un grande lavoro e questo è il risultato”. Il calciatore tedesco non è però l’unico ad aver compreso, fin da subito, il peso di quella vittoria. Anche altri, dopo di lui, si sono lasciati andare a commenti entusiasti. Stefano Mauri e Cristian Ledesma, su tutti. “E’ stata – osserva il giocatore brianzolo – la partita più importante, la gioia più incredibile. Orgoglioso di questa maglia…Grandi!”. Stessa euforia anche nelle parole del numero 24 biancoceleste che, proprio nel corso della partita, aveva lasciato la fascia di capitano a Mauri: “Siamo entrati nella storia. Questa è una vittoria imparagonabile con tutte le altre, anche con la conquista della Coppa Italia del 2009”. Abbandonato lo stadio, i tifosi invadono le strade della Capitale per poi raccogliersi numerosi a ponte Milvio insieme alla squadra. Per qualche ora la felicità è un privilegio solo per la parte (biancoceleste) della città, che assiste alla festa dei sostenitori della sua prima squadra.

GRAZIE, SENAD - Il gol di Lulic ha deluso chi aveva fatto male i propri conti e credeva di aver già vinto una partita prima ancora di averla giocata. Per di più, una volta metabolizzata la sconfitta, alcuni hanno cercato di sminuirne l’importanza. Come? Raccontando a posteriori che quella è stata una “sconfitta benedetta”. “Senza la quale – argomentano con una certa convinzione – i giallorossi non avrebbero mai conquistato il secondo posto in campionato l’anno successivo”. Contenti loro. Noi, ne siamo certi, lo siamo molto di più. Perché quel trofeo non ha soltanto impreziosito ulteriormente la bacheca biancoceleste, ma ha impedito ad una parte di Roma – a volte soltanto più rumorosa e nulla più, sia chiaro – di vantarsi di una supremazia cittadina mai messa in discussione dal 1900. Puntualizziamo, concludendo: mai.

(Articolo pubblicato in versione ridotta sul numero 383 di Lazialità)