29 ottobre 2014

Come verranno assegnati i fondi del CONI

Il CONI dovrà fare a meno di poco più di sette milioni di euro. Lo sport italiano riceverà infatti un contributo dallo Stato – attraverso il ministero di Economia e delle Finanze – pari a 405.658.000 euro, stando a quanto si legge nella bozza del budget del Comitato olimpico. In sostanza: 7,6 milioni di euro in meno rispetto allo scorso anno (-1,84%) quando i fondi erano stati leggermente più sostanziosi (413.260.000 euro).
Poco meno di 130 milioni di euro verranno destinati alle 45 federazioni riconosciute e ai loro undici milioni di tesserati secondo tre criteri: il 10% verrà messo a disposizione della Giunta (15 milioni); il resto verrà destinato all’attività sportiva ordinaria (numero tesserati e società iscritte) e alla preparazione olimpica. “In questa voce – osserva La Gazzetta dello Sport – c’è anche l’indice di visibilità, che favorirà naturalmente il calcio”, che per la prima volta viene equiparato alle altre discipline sportive. Una decisione in controtendenza con quanto accaduto fino ad ora, con il mondo del pallone a cui veniva assegnato il 18% di tutti i contributi statali del CONI indipendentemente dalla cifra stanziata. Una percentuale (elevata) decisa successivamente al passaggio del Totocalcio – ma anche del Totogol, Totosei, Totobingol e Totip – dal CONI all’Amministrazione autonoma monopoli di Stato con la legge n.178 dell’8 agosto del 2002.
Con buona pace del proprio presidente Carlo Tavecchio, la Federcalcio sarà così l’unica federazione a subire un taglio dei fondi, passando dai 62,5 milioni dello scorso anno agli attuali 37,5 (-40%). Sorridono invece l’atletica leggera e il nuoto, che otterranno rispettivamente 6,1 milioni (+19,35%) e 5,7 milioni di euro (+22,08%). La FIGC e i suoi 1.098.450 tesserati hanno rischiato però di perdere molto di più. Solo l’intervento di Giovanni Malagò, che ha richiesto/ottenuto l’introduzione di un tetto del 30% di incremento massimo per le federazioni olimpiche, ha evitato un ulteriore ridimensionamento del budget assegnato al calcio. “Può sembrare paradossale, ma – ha spiegato il numero uno del Comitato Olimpico – abbiamo fatto il massimo, tenendo presente da dove partivano. È emerso che il calcio avrebbe perso l’80% del contributo CONI, ho quindi ritenuto giusto creare una dinamica di atterraggio in questa vicenda tramite delle forchette che stabiliscono un minimo e un massimo per le federazioni, evitando così sperequazioni che avrebbero destabilizzato tutto il contesto”. Uno sforzo che a via Allegri non hanno apprezzato abbastanza.

10 ottobre 2014

I club di calcio più affidabili economicamente

Standard & Poor’s Capital IQ ha cercato di rispondere ad una domanda non semplice: quali sono i club calcistici più affidabili economicamente? Gli analisti hanno così passato in rassegna 44 società europee, giudicandole in base a 24 parametri, riconducibili a loro volta tre macro-categorie: l’operatività (ovvero l’efficienza della gestione), la solvibilità (la capacità di saldare i propri debiti, in pratica) e la liquidità. L’Ajax è così la società considerata più affidabile, che – oltre ad avere una buona liquidità – ha un debito praticamente inconsistente (100 mila dollari). Discorso opposto per l’Arsenal, secondo in classifica. Il club londinese deve ai suoi creditori una somma notevole di denaro (386,6 milioni di dollari) controbilanciata tuttavia da un fatturato pari a 485,4 milioni di dollari l’anno. Terzo invece il Celtic, con debiti per 23,5 milioni e un fatturato di 104,1 milioni di dollari, seguito dal Manchester United e dal Saint-Etienne. Due club militanti in campionati differenti, ma che insieme alle prime tre classificate hanno ottenuto il massimo dei voti in tutti e tre i parametri. La top ten quindi non include – nostro malgrado – nessun club italiano: le prime dieci posizioni sono infatti occupate da tre club inglesi, tre tedeschi, due francesi, uno olandese ed uno scozzese. Prima tra le italiane la Fiorentina (14esima). La società di Diego Della Valle viene giudicata “top” per solvenza e “sopra la media” per operatività. La Lazio di Claudio Lotito, giudicata “sopra la media per tutti e tre i parametri”, occupa invece il 15esimo posto. Un gradino sopra la Juventus, in pratica. Il club bianconero – con un fatturato di 398 milioni e debiti per 267 milioni di euro – è “sotto la media” per liquidità, ma “sopra la media” per solvenza e operatività. Lontanissime Inter e Milan. Rispettivamente 35esima e 44esima. Più vicine invece la Roma (37esima), il Livorno (21esimo), Udinese (22esimo), Siena (23esimo), Bologna (27esimo) e Palermo (40esimo). Scorrendo la classifica è possibile notare assenze importanti. La graduatoria non include infatti i due club più ‘preziosi’ al mondo, secondo la rivista Forbes: il Real Madrid e il Barcellona, i cui dati e documenti sono risultati inaccessibili a chi ha condotto la ricerca. Uno studio quindi parziale e che tuttavia mette in luce quella che non è propriamente una novità: le società italiane hanno contratto debiti per milioni di euro e con cui – prima o poi – dovranno fare i conti. Ma a quanto ammontano i debiti complessivi dei club del massimo campionato nostrano? Secondo il Report calcio 2014 pubblicato dal Centro Studi, Sviluppo e iniziative speciali della FIGC con la collaborazione dell’Agenzia di Ricerche e Legislazione e PWC, i debiti della Serie A nel 2012-2013 hanno toccato quota 2.947 milioni di euro (+1,9% rispetto alla scorsa stagione). Di questi, i debiti finanziari pesano per il 32%. Il nuovo corso della Federcalcio vuole tuttavia invertire la rotta, rendendo la vita difficile a chi non ripaga il credito dovuto ad altri: nel presentare la domanda di iscrizione al campionato, i club dovranno (necessariamente) aver saldato i debiti contratti con le società straniere. 

07 ottobre 2014

Carlo Tavecchio, il razzismo e la squalifica della UEFA

Evidentemente al procuratore federale Stefano Palazzi deve esser sfuggito qualcosa. Chiamato a giudicare le dichiarazioni del presidente della FIGC Carlo Tavecchio, il procuratore ha archiviato il caso piuttosto frettolosamente il 25 agosto scorso. Ad un mese esatto da quanto accaduto a margine dell’assemblea della LND all’Hilton Airport di Fiumicino. Quando nell’offrire una sua personalissima analisi sulla presenza degli stranieri nel calcio italiano, Tavecchio aveva osservato: “L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che Opti Pobà è venuto che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così”. Una gaffe e nulla più, secondo i suoi sostenitori (Claudio Lotito su tutti). Una frase razzista, a detta di altri. Una dichiarazione ‘infelice’ per Stefano Palazzi, che poi ha deciso di non procedere nei confronti del numero uno della Federcalcio, “perché – come ha spiegato il procuratore stesso - non sono emersi fatti di rilievo disciplinare”. Una decisione – discutibile, forse – ma sicuramente accolta con soddisfazione dal diretto interessato: “Le decisioni della magistratura – ha osservato Carlo Tavecchio - non si commentano, se ne prende atto. Se sono positive, ovviamente col sorriso”. Un sorriso che potrebbe essere scomparso dal suo volto oggi, martedì 7 ottobre. La UEFA ha infatti deciso di squalificarlo per i prossimi 6 mesi, durante i quali non potrà prender parte alle commissioni e partecipare al congresso previsto per il 24 marzo del 2015. A Nyon devono aver dato quindi un interpretazione diversa delle dichiarazioni dell’attuale presidente della Federcalcio, che a questo punto è lecito definire “razziste” alla stregua dei tanti cori (razzisti anche quest’ultimi) intonati sugli spalti degli stadi italiani. “La media – riferiva a Panorama qualche tempo fa Mauro Valeri, sociologo e autore del libro Che razza di tifo –  è di circa 50 episodi per ogni stagione calcistica, che è una cifra molto più alta di quella registrata in altri campionati”. Il razzismo non è infatti un problema esclusivo del calcio nostrano. Secondo un’indagine condotta dal magazine britannico FourFourTwo, che ha interpellato cento calciatori (compresi 11 della Premier League), il 26% degli intervistati ha sentito insulti razzisti durante una partita. “Durante la stagione 2013-14 oltre il 50% delle segnalazioni per episodi di razzismo hanno riguardato i social network – ha rilevato invece Kick It Out, gruppo britannico attivo contro la discriminazione razziale – è ovvio che il fenomeno sia in continuo aumento perché più difficilmente controllabile”. Si tratta di insulti rivolti per mezzo di una tastiera, certo. Più che sufficienti però per scatenare la reazione delle autorità. “In Europa – ha detto l’ex ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, commentando la squalifica di Carlo Tavecchio - non si nasconde la testa sotto la sabbia, non si minimizza, le parole hanno un peso”. Diverso da quello italiano.