Evidentemente al procuratore federale Stefano Palazzi
deve esser sfuggito qualcosa. Chiamato a giudicare le dichiarazioni del
presidente della FIGC Carlo Tavecchio, il procuratore ha archiviato il caso piuttosto
frettolosamente il 25 agosto scorso. Ad un mese esatto da quanto accaduto a
margine dell’assemblea della LND all’Hilton Airport di Fiumicino. Quando
nell’offrire una sua personalissima analisi sulla presenza degli stranieri nel
calcio italiano, Tavecchio aveva osservato: “L’Inghilterra individua dei soggetti che
entrano se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che Opti
Pobà è venuto che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio
e va bene così”. Una gaffe e nulla più, secondo i suoi sostenitori (Claudio
Lotito su tutti). Una frase razzista, a detta di altri. Una dichiarazione
‘infelice’ per Stefano Palazzi, che poi ha deciso di non procedere nei confronti
del numero uno della Federcalcio, “perché – come ha spiegato il procuratore stesso - non sono emersi fatti di rilievo disciplinare”. Una decisione –
discutibile, forse – ma sicuramente accolta con soddisfazione dal diretto
interessato: “Le decisioni della magistratura – ha osservato Carlo Tavecchio
- non si commentano, se ne prende atto. Se sono positive, ovviamente col
sorriso”. Un sorriso che potrebbe essere scomparso dal suo volto oggi, martedì
7 ottobre. La UEFA ha infatti deciso di squalificarlo per i prossimi 6 mesi,
durante i quali non potrà prender parte alle commissioni e partecipare al
congresso previsto per il 24 marzo del 2015. A Nyon devono aver dato quindi un
interpretazione diversa delle dichiarazioni dell’attuale presidente della
Federcalcio, che a questo punto è lecito definire “razziste” alla stregua dei
tanti cori (razzisti anche quest’ultimi) intonati sugli spalti degli stadi
italiani. “La media – riferiva a Panorama
qualche tempo fa Mauro Valeri, sociologo e autore del libro Che razza di tifo – è di circa 50 episodi per ogni stagione
calcistica, che è una cifra molto più alta di quella registrata in altri
campionati”. Il razzismo non è infatti un problema esclusivo del calcio
nostrano. Secondo un’indagine condotta dal magazine britannico FourFourTwo, che ha interpellato cento
calciatori (compresi 11 della Premier League), il 26% degli intervistati ha
sentito insulti razzisti durante una partita. “Durante la stagione 2013-14
oltre il 50% delle segnalazioni per episodi di razzismo hanno riguardato i
social network – ha rilevato invece Kick It Out, gruppo britannico attivo contro la discriminazione
razziale – è ovvio che il fenomeno sia in continuo aumento perché più
difficilmente controllabile”. Si tratta di insulti rivolti per mezzo di una
tastiera, certo. Più che sufficienti però per scatenare la reazione delle
autorità. “In Europa – ha detto l’ex ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge,
commentando la squalifica di Carlo Tavecchio - non si nasconde la testa sotto
la sabbia, non si minimizza, le parole hanno un peso”. Diverso da quello
italiano.
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