07 ottobre 2014

Carlo Tavecchio, il razzismo e la squalifica della UEFA

Evidentemente al procuratore federale Stefano Palazzi deve esser sfuggito qualcosa. Chiamato a giudicare le dichiarazioni del presidente della FIGC Carlo Tavecchio, il procuratore ha archiviato il caso piuttosto frettolosamente il 25 agosto scorso. Ad un mese esatto da quanto accaduto a margine dell’assemblea della LND all’Hilton Airport di Fiumicino. Quando nell’offrire una sua personalissima analisi sulla presenza degli stranieri nel calcio italiano, Tavecchio aveva osservato: “L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che Opti Pobà è venuto che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così”. Una gaffe e nulla più, secondo i suoi sostenitori (Claudio Lotito su tutti). Una frase razzista, a detta di altri. Una dichiarazione ‘infelice’ per Stefano Palazzi, che poi ha deciso di non procedere nei confronti del numero uno della Federcalcio, “perché – come ha spiegato il procuratore stesso - non sono emersi fatti di rilievo disciplinare”. Una decisione – discutibile, forse – ma sicuramente accolta con soddisfazione dal diretto interessato: “Le decisioni della magistratura – ha osservato Carlo Tavecchio - non si commentano, se ne prende atto. Se sono positive, ovviamente col sorriso”. Un sorriso che potrebbe essere scomparso dal suo volto oggi, martedì 7 ottobre. La UEFA ha infatti deciso di squalificarlo per i prossimi 6 mesi, durante i quali non potrà prender parte alle commissioni e partecipare al congresso previsto per il 24 marzo del 2015. A Nyon devono aver dato quindi un interpretazione diversa delle dichiarazioni dell’attuale presidente della Federcalcio, che a questo punto è lecito definire “razziste” alla stregua dei tanti cori (razzisti anche quest’ultimi) intonati sugli spalti degli stadi italiani. “La media – riferiva a Panorama qualche tempo fa Mauro Valeri, sociologo e autore del libro Che razza di tifo –  è di circa 50 episodi per ogni stagione calcistica, che è una cifra molto più alta di quella registrata in altri campionati”. Il razzismo non è infatti un problema esclusivo del calcio nostrano. Secondo un’indagine condotta dal magazine britannico FourFourTwo, che ha interpellato cento calciatori (compresi 11 della Premier League), il 26% degli intervistati ha sentito insulti razzisti durante una partita. “Durante la stagione 2013-14 oltre il 50% delle segnalazioni per episodi di razzismo hanno riguardato i social network – ha rilevato invece Kick It Out, gruppo britannico attivo contro la discriminazione razziale – è ovvio che il fenomeno sia in continuo aumento perché più difficilmente controllabile”. Si tratta di insulti rivolti per mezzo di una tastiera, certo. Più che sufficienti però per scatenare la reazione delle autorità. “In Europa – ha detto l’ex ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, commentando la squalifica di Carlo Tavecchio - non si nasconde la testa sotto la sabbia, non si minimizza, le parole hanno un peso”. Diverso da quello italiano. 

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