30 settembre 2014

Le “third party ownership” nel calcio

La FIFA accontenterà Michel Platini, presidente della UEFA. Nell'ufficializzare la propria candidatura alla presidenza della FIFA, Joseph Blatter ha annunciato l'intenzione di abolire le Third Party Ownership (TPO). Una pratica piuttosto diffusa in Sudamerica e che permette ad un fondo d'investimento (o anche ad un singolo agente) di possedere una parte del cartellino di un giocatore con la speranza di ottenere una plusvalenza da un suo successivo trasferimento. Con le TPO “s'inibisce la volontà del calciatore di fronte a decisioni essenziali per il suo avvenire. Agenti e opachi investitori determinano patti e scelte”, aveva criticamente osservato Platini qualche tempo fa. “Il principio è stato adottato, ma non può entrare in vigore subito: serviranno tre o quattro anni”, ha precisato il segretario generale della FIFA Jerome Valcke. Un periodo di tempo evidentemente sufficiente per l’ex presidente della Football Association, Geoff Thompson, a cui spetta il compito di guidare un gruppo di lavoro che dovrà stabilire nuove regole per vietare le TPO, diffuse a tal punto da coinvolgere ben 1.100 giocatori in Europa, secondo uno studio condotto dalla KPMG Asesores per conto dell'European Club Association (Project TPO). Le TPO, il cui valore complessivo è di 1,1 miliardi di euro (il 5,7% del valore globale del mercato), sono maggiormente diffuse in Portogallo (i fondi d'investimento controllano infatti il 36% del mercato lusitano), in Spagna e in una manciata di Paesi dell'Europa Orientale (Bosnia, Croazia, Macedonia, Serbia, Albania, Bulgaria, Romania, Ungheria, Slovenia e Montenegro). 

In pratica: l'88% delle TPO europee è riconducibile a questi dodici Paesi. Percentuali e cifre che non trovano riscontro in una ricerca commissionata dalla FIFA al Centre de Droit et d'Economie du Sport e pubblicata a giugno, secondo cui il valore delle TPO è stimabile attorno ai 360 milioni di dollari a livello globale. La rilevanza delle Third Party Ownership sarebbe irrilevante, quindi. Eppure le ragioni addotte dal presidente della UEFA, deciso ad imporne l'abolizione, sarebbero più che convincenti: l'art.18 bis delle FIFA Regulations on the Status and Transfer of Players vieta infatti il rapporto con terze parti. “Tuttavia – osservava Il Sole 24 Ore - raramente si arriva a dimostrare l’influenza o per meglio dire l’interferenza dei fondi nei rapporti atleti-club. E questo ha permesso alle TPO di diffondersi dal Sud America all’Europa”. Una pratica che ora la FIFA vuole abolire una volta per tutte. Con buona pace dei fondi d'investimento che negli ultimi anni avevano trovato il modo di arricchirsi, finanziando l'acquisto di giocatori altrimenti non alla portata delle casse dei club interessati. Qualche esempio? L'Atletico Madrid. Nel 2011, il club spagnolo aveva ottenuto risultati deludenti (settimo posto in Liga ed eliminazione ai quarti di finale dell'Europa League) e doveva far fronte a debiti con la Fiscalidad spagnola (215 milioni di euro) e con il personale (51,6 milioni). Una situazione difficile, attenuata solo in parte dai soldi incassati dalla cessione di alcuni giocatori (91 milioni), ma che non impedì all'Atletico di acquistare per 40 milioni di euro Radamel Falcao dal Porto. Un trasferimento possibile grazie al fondo Doyen Sport Investment che finanziò il 55% dell'operazione. Un intervento non del tutto disinteressato: nel 2013, il giocatore colombiano passò al Bayern Monaco per 60 milioni. Solo quindici dei quali spettarono al club di Madrid.

25 settembre 2014

I notevoli ricavi della National Football League

La National Football League si aspettava altro da Ray Rice, Adrian Peterson, Jonathan Dwyer e Greg Hardy, i quattro giocatori coinvolti in casi di violenza domestica nelle ultime settimane. “Episodi – ha osservato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, riferendosi al caso specifico di Ray Rice – inaccettabili all’interno della società civile” e che pongono i numerosi sponsor della NFL davanti ad una domanda: conviene ancora associare il proprio brand a quello della lega guidata dal Commissionier Roger Goodell? Per oltre la metà degli americani la risposta è semplice. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il 30% è infatti convinto che le grandi marche dovrebbero recidere i loro contratti “in modo permanente”. Il 24% degli intervistati sostiene invece che le sponsorizzazioni dovrebbero essere “sospese solo per questa stagione”. Scenari assolutamente da scongiurare per l’NFL che solo la scorsa stagione ha generato ricavi per circa 10 miliardi di dollari, secondo una stima del Navigate Research di Chigaco citata da USAToday. Nello specifico: la cessione dei diritti tv alle diverse piattaforme televisive (CBS, Fox, NBC e ESPN) ha generato ricavi per circa 5 miliardi di dollari, due miliardi sono arrivati dalla vendita dei biglietti mentre un miliardo è stato garantito dal merchandising. Gli sponsor, come la Pepsi Cola che annualmente investe tra i 90 e i 100 milioni, provvedono al resto (uno o due miliardi di dollari).


Cifre la cui reale entità è difficile da stabilire: la NFL si riserva il diritto di non comunicare alcun dato in merito. Il totale della spesa per l’acquisto di spazi pubblicitari dovrebbe aver comunque raggiunto i quattro miliardi di dollari nel 2013 (+10% rispetto all’anno precedente), secondo una stima di WPP Kantar Media citata dal New York Times e secondo cui l’inserzionista che ha speso di più è stata l’Anheuser-Busch (183,5 milioni di dollari).
Soldi ben spesi a giudicare dal nutrito seguito della NFL: pur condannando i gesti (isolati) di alcuni protagonisti del football americano, l’80% del campione del sondaggio Reuters/Ipsos ha infatti ammesso che continuerà a seguire le partite delle 32 franchigie della NFL. Percentuali che trovano riscontro nelle rilevazioni Nielsen, secondo cui la prima giornata della nuova stagione è stata seguita da 18 milioni di persone (lo scorso anno furono 17.4 milioni). Il numero degli spettatori non si è quindi ridotto, ma il fascino della National Football League sta comunque risentendo dei gesti sconsiderati – e assolutamente da condannare – di alcuni suoi giocatori. Secondo una rilevazione YouGovBrandIndex del 22 settembre, la percezione del marchio NFL da parte dei consumatori ha toccato il livello più basso dal 2012. Un risultato negativo, ma che può comunque rappresentare un punto di partenza. L’ennesimo per una lega che dal 2000 ad oggi ha assistito all’arresto di 713 suoi giocatori, secondo un database curato da USAToday

23 settembre 2014

Dove si giocherà il mondiale del 2022

Theo Zwanziger ha parlato a titolo personale. Niente di più. “Alla fine - ha detto lunedì il membro del comitato esecutivo della FIFA, parlando nel corso di un un’intervista concessa a Sport Bild - credo che il mondiale del 2022 non si giocherà un Qatar”. Il motivo: “I medici dicono che non accettano alcuna responsabilità per una coppa del mondo che si giochi in quelle condizioni”, ha spiegato candidamente l’ex presidente della DFB (la Federcalcio tedesca, in pratica). Condizioni climatiche proibitive e alle quali il Qatar vuole porre rimedio, promettendo la costruzione di impianti all’avanguardia dove giocare a calcio non sarà un problema. Rassicurazioni che evidentemente non devono aver convinto del tutto Zwanziger: “Possono costruire stadi freschi, ma il torneo non si gioca solo lì. I tifosi di tutto il mondo – ha precisato - si imbatteranno nel clima torrido del Qatar e il primo caso di pericolo di vita scatenerà un'inchiesta di un pubblico ministero e la FIFA non vuole arrivare a questo”. Osservazioni e preoccupazioni legittime, ma che a Zurigo non sembrano condividere. "Quella di Zwanziger è solo un'opinione personale", hanno precisato dalla Svizzera. Il mondiale del 2022 si giocherà quindi in Qatar, i dubbi semmai sono altri e riguardano il periodo dell'anno: l'ipotesi di posticipare la competizione a novembre - con ovvie conseguenze sui campionati nazionali - non è stata ancora del tutto esclusa.  E'  evidente che la FIFA non vuole tornare sui suoi passi nonostante i dubbi di chi la pensa come Zwanziger, nonostante l'inchiesta del Sunday Times, secondo cui l’assegnazione del mondiale al piccolo Paese arabo sarebbe stata influenzata/determinata da episodi di corruzione, e nonostante un dossier di Amnesty International (The Dark Side of Migration:Spotlight on Qatar’s Construction sector Ahead of the World Cup) che denuncia le condizioni disumane a cui sono costretti i centinaia di operai – perlopiù dell’Asia mediorientale e sudorientale - al lavoro per la costruzione dei dodici stadi e delle infrastrutture necessarie allo svolgimento della manifestazione. Ma accuse del genere - specie di corruzione - sono state rivolte già in passato alla FIFA, tant'è "che - come scritto provocatoriamente dal New York Times - quando emergono nuove rivelazioni, quest'ultime provocano solo il roteare di occhi piuttosto che indignazione". Una situazione a cui si può porre rimedio, salvando così il calcio. Come? Abolendo la FIFA, replica il New York Times. Niente di più.

19 settembre 2014

Come è cambiato il tifo in Italia

Timidi segnali di ripresa. Il numero dei tifosi italiani è infatti tornato a crescere. Secondo un'indagine condotta da Demos-Coop (Il tifo calcistico in Italia), la percentuale di chi si dichiara sostenitore di una squadra di calcio è cresciuta rispetto allo scorso anno (dal 36% al 40%) anche se ancora al di sotto rispetto al 56% del 2009. Un trend sostenuto dall'incremento dei tifosi “tiepidi”, passati dal 26% al 29%. Seppure in calo resta comunque molto alto invece il numero dei sostenitori che si dichiarano “militanti”, circa il 38% del totale. Nel 2010 erano il 43%. Solo il 18% si accomoda però sugli spalti di uno stadio, la maggioranza preferisce seguire la propria squadra del cuore in televisione: il 63% sulla TV in chiaro, il 54% su quella a pagamento (digitale o sul satellitare). Tanto per fare un esempio: in occasione della seconda giornata di campionato, le trasmissioni RAI come il Processo del lunedì, Novantesimo minuto e la Domenica Sportiva hanno avuto un pubblico numeroso. Rispettivamente 893.000, 1.181.000 e 1.344.000 spettatori. 
Cresce dell'11% nell'arco di un anno, la percentuale di chi si sintonizza su un'emittente radiofonica: il 46%. Pur seguendo – più o meno appassionatamente – le sorti di un club di Serie A, la maggior parte dei tifosi non nutre grande fiducia nei confronti di chi è alla guida della FIGC: il presidente Carlo Tavecchio. Solo il 21% ha infatti confessato di averne. Una percentuale che tuttavia potrebbe crescere nell'eventualità in cui il numero uno della Federcalcio riuscisse in uno dei suoi intenti: ridurre il numero degli stranieri nei club italiani, costringendo quest'ultimi a tesserarne un numero limitato. Una decisione che verrebbe accolta con favore della stragrande maggioranza dei tifosi: il 71% la reputa “giusta” per “difendere il calcio italiano e la nazionale”. L'ex presidente della Lega nazionale dilettanti vorrebbe inoltre introdurre un numero minimo di italiani nelle formazioni titolari, iniziando con quattro per poi arrivare a sei nel 2015-2016 oltre all'istituzione di una commissione giudicante per i nuovi extra-comunitari. Un po' come accade già in Inghilterra, dove il numero dei calciatori inglesi ha subito un brusco calo negli ultimi 20 anni: nel 2012-2013, erano solo il 32% contro il 69% della stagione 1992-1993. 
I tifosi italiani vorrebbero quindi assistere ad uno spettacolo diverso rispetto a quello dell'ultimo torneo, quando “dieci squadre su venti – come osservato qualche settimana fa da La Gazzetta dello Sport – hanno avuto più minuti da stranieri che da italiani (la divisione totale è 54,1% - 45,9%), l'Inter addirittura il 92,2%”. I club italiani dovranno tornare quindi ad investire nei settori giovanili. Magari 'dedicandogli' una percentuale maggiore dei propri guadagni. Tanto per fare qualche esempio: ad oggi, la Juventus investe il 2,5% dei ricavi. Molto di meno rispetto all'Inter (2,6%), il Milan (2,9%) e la Roma (5,6%).

18 settembre 2014

Le multiproprietà nel mondo del calcio

Claudio Lotito sostiene di avere degli ottimi motivi per chiedere la modifica dell’articolo 16-bis delle norme organizzative interne federali. Quello che “non ammette partecipazioni o gestioni che determinino in capo al medesimo soggetto controlli diretti o indiretti in società appartenenti alla sfera professionistica”. “La multiproprietà, da ammettere solo in campionati diversi, si fa preferire per tre motivi: tutela la vocazione dei territori, una tutela sociale a difesa dell’anima nostrana dei 100 campanili, rispetto alle seconde squadre di grandi club che toglierebbero spazio e risorse a società minori ma radicate; serve a incrementare i ricavi e a valorizzare i giovani”, ha spiegato soltanto qualche giorno fa il presidente della Lazio nelle vesti di consigliere federale. “Per altro – ha proseguito Lotito, intervenendo in conferenza stampa a margine del consiglio federale di venerdì – è ammessa tra serie pro e Dilettanti. In caso di promozione e di compresenza, il doppio proprietario avrebbe 30 giorni per cedere il club neo-promosso”. L’attuale presidente di Lazio e Salernitana vorrebbe quindi introdurre così una modifica al regolamento italiano, che permette le multiproprietà seppure in una forma differente da quella proposta dal nuovo corso della Federcalcio. I presidenti italiani non sono nuovi a situazioni del genere, già in passato molti di loro hanno occupato il vertice di più società contemporaneamente. La famiglia Gaucci fu proprietaria del Perugia in Serie A e della Viterbese in C1 fino al 2001 e poi di Perugia e del Catania, ceduto nel 2004 ad Antonino Pulvirenti. Una storia simile a quella di Franco Sensi, patron della Roma e del Palermo fino a quando – con la promozione dei rosanero dalla Serie C1 alla B nel 2000-2001 – la presidenza fu affidata a Sergio D’Antoni. Dal 1992 fino al 2000, l’allora presidente del Parma Calisto Tanzi – oltre a possedere il club emiliano – controllava anche il Palmeiras. Le cose non sono cambiate neanche ai giorni nostri sia in Italia (la famiglia Pozzo è proprietaria dell’Udinese, del Granada in Spagna e del Watford, club inglese che milita in Championship) sia in Europa, dove peraltro la UEFA vieta la possibilità di possedere due o più squadre partecipanti nelle competizioni continentali. All’estero esistono esempi di multiproprietà – o partnership – ma tra club di Paesi diversi. Lo sceicco Mansour, proprietario del Manchester City, possiede anche una parte dei New York City FC, dei Melbourne Heart e recentemente ha acquistato una quota (il 20%) dello Yokohama F-Marinos. L’azienda Red Bull ha invece deciso di investire, acquistandone la proprietà per poi associarne il proprio brand, su molti club sparsi per il mondo: i New York Red Bulls, i Red Bull Salisburgo, i Red Bull Brazil e i Red Bull Lipsia in Germania. Casi come quello di Claudio Lotito, proprietario di due club professionistici grazie ad una deroga del regolamento, non ve ne sono. 

11 settembre 2014

Come procede il Financial Fair Play

I fatti starebbero dando ragione al presidente della UEFA Michel Platini. “Dall’introduzione del Fair Play finanziario, le perdite dei club europei professionistici sono scese da 1,7 miliardi a 800 milioni di euro in due stagioni”, ha riferito l’ex calciatore della Juventus in occasione della 13esima assemblea generale della European Club Association a Ginevra. “L’obiettivo originale – ha proseguito con un certo orgoglio – era proprio questo: salvare il patrimonio che i club rappresentano. Dobbiamo continuare su questo percorso, con convinzione”.
Nel corso del suo intervento, Michel Platini ha annunciato che i club virtuosi – iscritti alla Champions e all’Europa League – verranno premiati anche con i soldi derivanti dalle multe inflitte a chi invece non ha rispettato le regole del Financial Fair Play. Sanzioni sono state recentemente inflitte a squadre illustri e in mano a facoltosi sceicchi del Golfo Persico (Manchester City e Paris Saint Germain) oltre che allo Zenit di San Pietroburgo, Rubin Kazan, Galatasaray, Trabzonspor, Anzhi, Bursaspor e Levsky Sofia. Prima ancora – a fare i conti con le nuove regole – erano state altre società: il Malaga, l’Hajduk Spalato, il Partizan Belgrado, il Vojvodina, l’Arsenal di Kiev, il Lech Poznan, il Rapid e la Dinamo Bucarest.
“Per ora – ha osservato Il Sole 24 Ore – ci sono a disposizione 24 milioni, mentre un altro ‘tesoretto’ è oggetto di procedure di adeguamento da parte delle società multate e potrebbe tornare a queste ultime in caso di rientro dai deficit”. L’80% di questi fondi andrà (in parti uguali) alle squadre che disputeranno la fase a gironi della Champions ed Europa League. Il restante 20% andrà ai club che hanno disputato solo i gironi di qualificazione. “Il Fair Play Finanziario è un insieme di regole che riguardano l’aspetto complessivo della gestione di una società di calcio e quindi anche la dinamica patrimoniale ed economica delle singole operazione di gestione”, spiegava qualche tempo fa a T-Mag Claudio Sottoriva, professore all’Università del Sacro Cuore di Milano e autore – assieme a Paolo Lenzi – del libro L’applicazione del Financial Fair Play alle società di calcio professionistiche. Diventa così necessaria una gestione oculata dei bilanci che tenga conto delle effettive disponibilità economiche e dell’impatto dell’indebitamento sui bilanci futuri del club. Incrementare i ricavi potrebbe facilitare le cose, quindi. Eppure i club italiani ottengono risultati inferiori rispetto alle società europee più prestigiose (nel 2014, i ricavi del Real Madrid hanno raggiunto i 603,9 milioni di euro). In Italia, le cose infatti vanno diversamente. Secondo recenti stime de La Gazzetta dello Sport, per quest’anno i ricavi della Juventus saranno compresi tra i 270 e i 280 milioni di euro. Niente a che vedere con il resto delle concorrenti come il Milan (tra i 200 e i 210 milioni), l’Inter (190), la Roma (tra i 170 e i 180) e il Napoli (da un minimo di 120 ad un massimo di 130). Emerge così che “il rapporto tra i ricavi della più ricca, la Juventus, e quelli della più povera, l’Empoli, è – osserva la Gazzetta – di 9 a 1”. 

09 settembre 2014

La FIFA ad un anno dalle elezioni

Joseph Blatter si candiderà alla presidenza della FIFA. “La mia missione non è finita”, ha spiegato lunedì nel corso di una video-intervista in occasione della convention internazionale Soccerex a Manchester. L’ufficialità arriverà invece nel corso del Comitato esecutivo in programma il 25 e il 26 settembre. “Dirò alla famiglia del calcio che sarà pronto. Sarò candidato”, ha ribadito Blatter. Una decisione che non ha colto di sorpresa il presidente della UEFA, Michel Platini, che nei giorni scorsi aveva annunciato di non volersi candidare alla presidenza della federazione. “La UEFA sta lavorando ad alcuni progetti molto importanti e io desidero vederli portati a compimento prima di prendere in considerazione l’ipotesi di nuove sfide. Questo non è il momento, non è il mio momento. Non ancora”, aveva spiegato l’ex calciatore della Juventus. Indipendentemente dal risultato delle votazioni, Blatter lascia una Federazione economicamente sana. “Mai i nostri introiti sono stati così alti”, aveva commentato il segretario generale della FIFA Jérôme Valcke nel marzo scorso, presentando il rapporto finanziario per il 2013. Introiti pari a circa 1,4 miliardi di dollari, riconducibili in larga misura alla vendita dei diritti televisivi (601 milioni) e al marketing (404 milioni). “Le spese – osservava Il Sole 24 Ore – sono state di 1,3 miliardi di dollari, di cui 757 milioni per eventi calcistici (la FIFA ha organizzato sette tornei nel 2013) e 183 milioni per progetti di sviluppo”. Spese compensate appunto dagli introiti che hanno permesso alla FIFA di registrare un utile di 72 milioni di dollari. Le riserve invece ammontano a 1,4 miliardi di dollari. Abbastanza per guardare al futuro con ottimismo. “Nonostante il periodo di crisi, il calcio – aveva osservato Valcke – suscita un interesse sempre maggiore”. Il budget per il triennio 2015-2018 sarà di 5 miliardi di dollari, di questi 2,3 miliardi saranno garantiti dal marketing e 2,7 dalla vendita dei diritti televisivi. Soldi che, promette la FIFA, verranno reinvestiti totalmente “in sei settori chiave”. Novecento milioni verranno stanziati per “progetti di sviluppo”, 2.1 miliardi per Russia 2018 e 486 milioni per “gli altri eventi FIFA”, ad esempio. Piccolo appunto: nel triennio 1995-1998 il budget a disposizione della federazione era di gran lunga inferiore (257 milioni di dollari, secondo quanto riferito da Valcke). Nel frattempo, la FIFA è alle prese con le polemiche relative alle condizioni lavorative – disumane, secondo Amnesty International – dei circa 1,8 milioni di operai impiegati nella costruzione delle strutture necessarie al mondiale organizzato dal Qatar. E con l’ipotesi, al momento ancora remotissima, di boicottaggio da parte delle federazioni occidentali dei mondiali russi. Quelli in programma per il 2018.

07 settembre 2014

Quanto incide il marketing nei ricavi di un club calcistico

Il 21 settembre sarà un giorno significativo per il Real Madrid. Il presidente Florentino Perez presenterà all’assemblea dei soci un fatturato record pari a 603,9 milioni di euro (+10,9% rispetto alla scorsa stagione) con il 32% dei ricavi complessivi riconducibile al marketing, secondo quanto riferito da Marca. Il bilancio del Real conferma un trend comune a molti club europei, i cui ricavi “da sponsor e attività commerciali” ricoprono un ruolo fondamentale. Al primo posto, secondo l’indagine della Football Money League della Deloitte, c’è il Paris Saint-Germain con 254,7 milioni di euro (ovvero il 63,9% dei ricavi complessivi), “frutto – sostiene il Corriere dello Sport – di una serie di operazioni intra-gruppo della proprietà qatariota del club (certamente non in linea con i dettami del fair play finanziario)”. Secondo il Bayern Monaco con 237,1 milioni di euro (55%), che precede così il Real Madrid e il Manchester United. Rispettivamente a 211,6 milioni (40,9%) e 177,9 milioni di euro (42%). “I ricavi da sponsor e attività commerciali” giocano tuttavia un ruolo fondamentale anche per i club con ricavi complessivi minori rispetto ad alcune società italiane. Ad esempio, l’Atletico Madrid ha un giro d’affari minore rispetto alla Roma: 124,4 contro 120 milioni di euro. Eppure in proporzione il club spagnolo ricava “da sponsor e attività commerciali” leggermente di più rispetto ai giallorossi: il 30,9% contro il 33,3%. Emergono così realtà in netto contrasto con quella italiana, dove – tanto per fare un esempio – sette squadre della Serie A non hanno uno sponsor sulle proprie maglie da gioco (Cesena, Fiorentina, Genoa, Lazio, Palermo, Roma e Sampdoria) e dove alcuni fornitori tecnici vendono meno rispetto all’estero. “Per quanto riguarda il 2014-15 faremo il 30% del fatturato in Italia ed il 70% all’estero”, ha ammesso solo qualche giorno fa all’agenzia di stampa Adnkronos l’amministratore delegato di Macron, Gianluca Pavanello. Una performance inevitabile, del resto. I club italiani fanno i conti con un pubblico sempre meno propenso ad accomodarsi sugli spalti di uno stadio (una stima del Corriere della Sera pronosticava circa 50 mila abbonamenti in meno rispetto allo scorso anno) e sempre meno disposto ad acquistare un gadget della propria squadra del cuore: il 77% ha ammesso di non spendere niente per comprare un prodotto ufficiale, secondo quanto rilevato dall’Eurispes nel suo Rapporto Italia 2013. All’estero le cose vanno diversamente. E così molti club sono stati in grado di investire oltre 100 milioni di euro nell’ultima sessione di mercato. Ad esempio, il Manchester United ne ha spesi più di chiunque altro: 193 milioni. Una spesa forse inevitabile: quest’anno, i Red Devils devono – necessariamente – conquistare la qualificazione alla prossima Champions League. In caso contrario le ricche sponsorizzazioni di Adidas (94 milioni l’anno a partire dalla prossima stagione) e Chevrolet (57 milioni annui) verranno decurtate. Moltissimi soldi sono stati investiti anche dal Barcellona (157 milioni, oltre 100 dei quali sborsati per acquistare il duo Luis Suarez-Jeremy Mathieu) e dal Liverpool (151 milioni di euro). Ma hanno superato ‘quota 100′ anche Real Madrid (123), Atletico Madrid (110), Chelsea (107) e Arsenal (102).