27 giugno 2014

Chi trasmetterà la Serie A per il triennio 2015-2018


L’assegnazione dei diritti televisivi per il triennio 2015-2018 ha trovato il suo epilogo. E così Sky trasmetterà tutto il campionato di calcio sul satellite, mentre gli abbonati Mediaset potranno vedere soltanto le gare delle cosiddette “big”: Juventus, Milan, Inter, Napoli e Roma (pari però all’86% dello share). Da parte sua, la Lega Serie A ha rinunciato a 130 milioni di euro rispetto a quanto prospettato all’apertura delle buste, incassandone 945: 572 provenienti da Sky i restanti 373 dall’azienda del gruppo Finivest, che tuttavia ottiene la possibilità di trasmettere in esclusiva sul digitale terrestre.
La piattaforma di Rupert Murdoch paga così qualcosina in più rispetto al contratto in essere (8 milioni di euro), riuscendo però a trasmettere 132 partite in esclusiva (78 in più rispetto ad ora). Superiore se confrontata a quella attuale – ferma a 277 milioni di euro – anche la spesa per Mediaset, pari a 373 milioni per un numero inferiore di partite. La questione è semmai è un altra: presentando un’offerta (più alta rispetto a quello delle concorrenti, in realtà) per il pacchetto B (quello assegnato poi da Mediaset), Sky avrebbe voluto – per la prima volta e grazie ad un accordo con Telecom Italia Media Broadcasting – ottenere la possibilità di trasmettere anche sul digitale terrestre. Di qui le ‘proteste’ della società di Cologno Monzese, secondo cui un’eventualità simile avrebbe rappresentato una violazione della legge Melandri oltreché un danno per i consumatori e alla concorrenza. Di diverso avviso Sky, secondo cui l’assegnazione dei diritti televisivi non sarebbe dovuta avvenire “attraverso criteri arbitrari e non previsti dal bando di gara”. Cosa che – sostanzialmente – è avvenuta: Mediaset ha ottenuto il pacchetto B nonostante un’offerta inferiore rispetto a quella di Sky (373 contro 420 milioni di euro). Al di là di tutto, i club hanno quindi rinunciato ad una parte di introiti, quelli provenienti dalla vendita dei diritti televisivi e che rappresenta la parte più consistente degli incassi totali. Secondo l’Annual Review of Football Finance 2013 della Deloitte degli oltre 1,6 miliardi di ricavi, ben 932 sono riconducibili alla cessione dei diritti tv. Piccolo appunto: il budget triennale, su cui potranno contare i club di Serie A, è destinato tuttavia a crescere. Restano infatti da assegnare i pacchetti relativi alla Coppa Italia e alla Supercoppa italiana (dal valore di circa 25 milioni di euro) e quello per i programmi in chiaro, per una cifra compresa e i 20 e 25 milioni.

Le società italiane dovrebbero quindi diversificare le fonti di ricavo. Magari anche attraverso la partecipazione alle competizioni continentali come la Champions e l’Europa League, che solo nell’ultima stagione hanno garantito ai club nostrani – in termini di premi partecipazione e bonus maturati in base ai risultati conseguiti – 145 milioni di introiti sui 1.113 milioni di euro complessivamente distribuiti dalla UEFA. La parte più consistente è spettata al Real Madrid, club vincitore dell’ultima Champions League: 57,4 milioni di euro. Una cifra – nonostante il titolo conquistato – superiore soltanto di poco a quella incassata dalla Juventus, prima tra le italiane, pari a 50 milioni di euro: 43 dei quali sono riconducibili alla Champions League e i restanti 7 all’ex Coppa UEFA, che complessivamente ha garantito 209 milioni di euro in dividendi (nello specifico e per quanto riguarda i ‘nostri’ club: 9,5 milioni di euro sono andati alla Lazio, 8,2 alla Fiorentina e 1,6 al Napoli per l’eliminazione agli ottavi). Forte della sua partecipazione alla Champions League, la società partenopea ha incassato ulteriori 40 milioni di euro. Un risultato migliore rispetto a quello del Milan, unico club italiano ad aver superato la fase a gironi della massima competizione continentale: 37,6 milioni di euro.


21 giugno 2014

Inghilterra, un'attesa lunga 48 anni

L’Inghilterra si è tolta poche soddisfazioni ai Mondiali di calcio. Sono quindi inevitabili le attese attorno alla Nazionale inglese ogniqualvolta quest’ultima conquisti la qualificazione alla Coppa del Mondo. Cosa che negli ultimi anni è accaduta con una certa frequenza (1998, 2002, 2006 e 2010), ma non con altrettanta fortuna: gli inglesi non sono infatti mai andati oltre i quarti di finale. In Sudamerica, Roy Hodgson e i suoi ragazzi cercheranno così di scrivere un epilogo diverso da quelli recenti. Un obiettivo non impossibile, certo. Ma sicuramente difficile: l’urna di Costa do Sauipe, un resort poco distante da Salvador de Bahia dove nel dicembre scorso si sono svolti i sorteggi, non è infatti stata benevola, riservando all’Inghilterra Nazionali “ostiche” come l’Italia, che affronterà in occasione della gara d’esordio, l’Uruguay e il Costa Rica. Un girone di ferro, al quale gli inglesi cercheranno di sopravvivere smentendo qualche connazionale poco fiducioso.
A Londra e dintorni in molti non credono alla possibilità che l’avventura di Hodgson e ragazzi duri più di tre gare. In un rapporto, stilato per valutare la possibilità di tenere aperti i pub durante le partite del Mondiale trasmesse a notte inoltrata, il ministero degli Interni non ha nascosto il suo pessimismo sull’esito della spedizione inglese oltreoceano: "Mentre l’Inghilterra è certa di giocare le partite del primo periodo della competizione, è – si legge nel report – altamente probabile che non giocherà quelle successive". Evidentemente chi ha stilato il documento condivide i timori e le preoccupazioni del Presidente della Federcalcio britannica, Greg Dyke, colto nel corso del sorteggio mentre con un dito mimava il gesto del taglio della gola. Eppure Wayne Rooney, attaccante fondamentale per il gioco degli inglesi e per l’occasione chiamato in causa da Hodgson, si dice fortemente convinto del contrario. "Credo che possiamo andare lontano. L’Inghilterra ha grandi giocatori e il nostro obiettivo è quello di vincere", ha ribadito a pochi giorni dall’inizio della competizione. Una convinzione che il giocatore del Manchester United ha cercato di trasmettere ai suoi compagni: "Abbiamo una squadra giovane e con tanta energia, come mai abbiamo avuto in precedenza. Sarà una grande esperienza per noi e sono convinto che faremo bene". Magari approfittando delle pressioni con cui dovranno fare i conti gli Azzurri di Prandelli ("Tutti si aspetteranno che battano noi e tutte le altre squadre del girone. In Italia, – ha infatti osservato il c.t. inglese a tre settimane dal Mondiale, – funziona così, ci ho lavorato. Anche se credo – ha concluso – che questo sia comune a tutte le Nazionali").


Mission: Brazil 2014
Insomma: Rooney come Hodgson. Anche il commissario tecnico ha infatti dimostrato di avere le idee ben chiare fin dall’inizio, convocando immediatamente 23 giocatori, senza “sfruttare” la possibilità di chiamarne 30 per poi puntare – “scartandone” sette – su quelli nella condizione fisica migliore. "Questa squadra – ha commentato l’ex allenatore dell’Inter, presentando alla stampa la lista dei convocati, – è un mix di gioventù ed esperienza". Hodgson non ha così esitato ad affidarsi a quelli che – a suo dire – sono i giocatori migliori che al momento il calcio inglese può offrire. Ma per affrontare al meglio il torneo brasiliano, il c.t. ha deciso di avvalersi anche delle competenze di una figura insolita per il mondo del pallone: uno psicologo. "Sarà utile soprattutto ad affrontare le partite bene dal punto di vista mentale. Non esistono solo i rigori, ma anche i minuti cruciali delle partite", ha spiegato il commissario tecnico a chi gli chiedeva chiarimenti in merito.


48 anni dopo
Una scelta che Hodgson – e con lui tutta l’Inghilterra – spera possa rivelarsi felice per impreziosire con il trofeo più prestigioso una storia gloriosa, che però ai Mondiali vanta qualche partecipazione di meno rispetto ad altre Nazionali, anche se non per demeriti sportivi. Perché loro, che il football lo avevano inventato, ritenevano inopportuna – e forse persino inutile – l’idea di Jules Rimet di dar vita a un campionato del mondo di calcio. E così, dopo aver abbandonato la FIFA, gli inglesi “declinarono l’invito” in occasione di ben tre Mondiali, i primi, quelli del 1930, 1934 e 1938. Per poi giocare, perlopiù senza grandissime fortune, buona parte di quelli che vennero disputati successivamente. Ma adesso l’auspicio di Rooney e compagni è chiaramente uno soltanto: che questa possa essere la volta buona per portare in patria un trofeo che manca da troppo tempo. Dal 1966.

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11 giugno 2014

Quanto costa organizzare un mondiale

Ci siamo. Appare invece difficile dire lo stesso del Brasile e dei suoi (costosissimi) stadi, progettati e costruiti – alcuni ancora solo in parte – per ospitare le 64 partite del mondiale di calcio più costoso di sempre. E così il Paese sudamericano arriva con qualche difficoltà di troppo alla competizione sportiva più attesa dell’anno. Diviso dalle polemiche (molte sono state le manifestazioni di protesta contro l’evento) e stremato dagli interminabili lavori per costruire le opere necessarie, molte delle quali forse non verranno mai portate a compimento prima dell’inizio della kermesse. Ad esempio: a maggio, solo 36 sulle 93 infrastrutture programmate sono state completate, secondo uno studio dell’associazione di ingegneri e architetti Sinaenco. Ma procediamo con ordine. Il 30 ottobre del 2007, la FIFA assegna la ventesima edizione dei mondiali di calcio al Brasile, che dopo gli iniziali entusiasmi deve fare i conti con un diffuso malcontento tra la popolazione. Un malessere dovuto agli elevati costi (secondo le ultime stime di Brasilia saranno investiti circa 11 miliardi di euro, compreso il miliardo donato dalla FIFA) sostenuti da un Paese, “che – per usare le parole dell’ex calciatore e oggi senatore, Romario – ha problemi con la sanità, i trasporti e le scuole”.

Un brasiliano su due “è contrario” ad ospitare il mondiale
E così secondo un sondaggio condotto da Datafolha il 10 giugno il 51% dei brasiliani è a favore della decisione di ospitare la coppa del mondo. “Il tasso – osserva chi ha condotto la ricerca – è vicino a quello rilevato nel mese di febbraio (52%) e aprile (48%) di quest’anno. Tuttavia, è molto inferiore rispetto al 2008 (79%) e giugno 2013 (65%)”. Sempre secondo un sondaggio di Datafolha del 23 maggio (Termometro Paulistano – Protestos e Copa do Mundo), il 22% degli abitanti di San Paolo sostiene che il “Paese è preparato” ad accogliere il mondiale, il 76% crede di no. Tante sono infatti le opere incompiute nonostante l’impiego di moltissimi lavoratori, alcuni dei quali hanno perso la vita nel corso dei lavori (nove, in tutto; l’ultimo è morto nella giornata di martedì a San Paolo).


I mondiali più costosi della storia
Quelli brasiliani saranno – con i loro 11 miliardi di euro – quindi i mondiali più costosi di sempre: Sudafrica 2010 costò 3,7 miliardi di euro, Germania 2006 ancora meno (1,6 miliardi di dollari più 600 milioni donati da investitori privati). Altrettanto evidente è anche la natura dei soldi destinati a stadi e infrastrutture: pubblica. Orlando Silva, l’allora ministro dello Sport che nel 2007 promise che “nemmeno un centesimo di denaro pubblico” sarebbe stato usato per costruire gli stadi, è stato così smentito. “E’ denaro prestato dal Bndes (un’impresa pubblica legata al ministero dello sviluppo, dell’industria e del commercio estero, ndr) e che quindi tornerà alla banca per continuare a incentivare lo sviluppo del Brasile”, ha puntualizzato l’attuale ministro dello Sport, Aldo Rebelo. Le cose sono comunque andate diversamente da quanto pronosticato sette anni fa: solo tre impianti sono stati costruiti con denaro di origine non pubblica. Ma c’è anche un’altra questione a cui gli organizzatori non devono aver pensato abbastanza. Quattro dei sei impianti costruiti ‘dal nulla’ (Brasilia, Natal, Cuiaba e Manaus) dopo aver ospitato il mondiale verranno abbandonati a sé stessi. Il motivo? I club locali militano in serie inferiori (terza o quarta divisione, a seconda dei casi), richiamando un numero esiguo di sostenitori: tra i 2.100 e i 4.500 spettatori a gara, secondo i dati della Federazione brasiliana di calcio (CFB). Tutto questo a un costo complessivo di costruzione pari a 860 milioni di euro a cui si dovranno sommare le spese di manutenzione per degli impianti che, ad eccezione del Nacional di Brasilia (70.064 posti), possono accogliere 42mila spettatori. Non sorprendono quindi i timori del Danish Institute for Sports Studies, che in uno studio ha valutato come il Brasile – una volta terminato il mondiale – potrà fare uso dei suoi nuovi stadi con un risultato non certo confortante. Così come non appaiono entusiasmanti le ricadute che gli investimenti fin qui sostenuti dal Brasile avranno sull’economia del Paese.

L’impatto degli investimenti sull’economia brasiliana
Secondo un rapporto dell’agenzia di rating Moody’s (2014 FIFA World Cup Brazil: A Quick Score for the Beverage, Travel, Construction and Broadcast Sector), gli investimenti affrontati avranno però un impatto molto contenuto sul Pil, contribuendo alla sua crescita limitatamente (+0,4% nei prossimi dieci anni), mentre la spesa per le infrastrutture in programma (11 miliardi di dollari) ammonta ad appena allo 0,7% del totale degli investimenti previsti tra il 2010 e il 2014. Diverse le stime della Reuters (gli investimenti per il mondiale contribuiranno allo 0,2% del Pil, in un anno in cui la crescita sarà dell’1,6%) e della società di consulenza Ernst&Young Terco e della fondazione Getulio Vargas, che nel rapporto Sustainable Brazil – Social ad Economic Impacts of the 2014 World Cup del 2010 prevedevano la creazione di 3,6 milioni di posti di lavoro l’anno e guadagni fino a 2,7 miliardi di dollari per le imprese brasiliane che operano nel turismo e nei settori correlati. “Non sempre organizzare il mondiale si è rivelato un affare. Nel 1994 – scrive Giovanni Capuano suPanorama.it – il Pil statunitense aumentò dell’1,4%, nel 1998 in Francia fece segnare +1,3% e nel 2002 si ebbe crescita in Corea del Sud (+3,1%) e calo in Giappone (-0,3%)”.

Gli effetti del mondiale sulle borse internazionali
Una curiosità. Al di là dell’impatto economico, il mondiale ne avrà uno immediato. Il working paper numero 1424 della Banca centrale europea (The Pitch Rather than the Pit) del febbraio del 2012, firmato da Micheal Ehrmann e David-Jan Jansen, mette in luce un aspetto tenuto poco in considerazione, forse anche perché inaspettato: la correlazione che esiste tra le partite del mondiale di calcio e l’andamento delle borse. Si scopre così che quando la rappresentativa di un Paese sta giocando, il numero degli scambi e volumi sulla piazza interessata calano del 50%. Una percentuale che scende ancora (del 5%, precisamente) a ogni gol realizzato.

Il precedente italiano

A pochi mesi dall’inizio dell’evento (era il 18 marzo) e con molte opere ancora incompiute, il presidente della Uefa Michel Platini aveva osservato che la situazione era preoccupante. Ma in fondo – questo il ragionamento dell’ex juventino – c’era chi in passato aveva fatto peggio: l’Italia. Ai mondiali del 1990 “si vedevano ancora operai che davano le ultime pennellate agli stadi poco prima dell’inaugurazione”, ha ironizzato Platini. Lavori, che come evidenziato da Il Tirreno prima e da pagina99 poi, hanno avuto dei costi altissimi (3,74 miliardi di euro, che con la rivalutazione Istat arriverebbero quasi a 7,5 miliardi) e che con cui dobbiamo fare ancora i conti: nel bilancio di previsione 2014 di palazzo Chigi, fra le voci passive ci sono ancora 59 milioni e 400mila euro per i mutui accesi con la legge N.65/1987, quella “concernente” tra le altre cose “misure urgenti per la costruzione o l’ammodernamento di impianti sportivi” per Italia ’90.

07 giugno 2014

La Germania è sempre lì

La Germania non ha pari. Perché al di là delle numerose vittorie ai Mondiali (1954, 1974, 1990), la Nazionale tedesca è arrivata tra le prime quattro del torneo in ben dodici occasioni su 17 apparizioni totali, conquistando anche un altro record, quello delle finali disputate: sette. E così una volta sbarcati in Brasile, i tedeschi cercheranno di onorare quanto di buono fatto da chi li ha preceduti. Lo faranno non potendo contare su uno dei giocatori di maggior talento: Mario Gomez. Nell’elenco dei 30 calciatori pre-convocati dal commissario tecnico Joachim Löw non figura infatti il suo nome. L’attaccante della Fiorentina ha pagato l’infortunio al ginocchio destro, rimediato alla terza giornata di campionato, che lo ha costretto a restare a lungo lontano dai campi da gioco. "La condizione e la forma fisica sono criteri fondamentali", ha spiegato Löw, che evidentemente non deve aver fatto le stesse considerazioni nel valutare – se convocare o meno – Miroslav Klose.

Herr K.
Nonostante una difficile stagione segnata da diversi infortuni (con la Lazio il bomber tedesco ha giocato appena cinque gare in tre mesi), Klose è stato chiamato in causa tra l’entusiasmo dei suoi compagni di squadra ("E' un sogno giocare al suo fianco, lo ammiro da sempre", ha ammesso il blu cerchiato Shkodran Mustafi) e del suo c.t. ("La verità è che Miro è unico. Abbiamo dei sostituti, ma non possono fare il suo lavoro"). Insomma, le aspettative sono alte e Klose non vuole deluderle. "Sono certo che sarò al 100% appena cominceranno i Mondiali", ha confessato il diretto interessato a pochi giorni dall’inizio della competizione. "Sono sulla strada giusta, il preparatore atletico mi conosce bene e sa esattamente quello che mi serve". Già, cosa serve a Miroslav Klose? Essere al top della forma e realizzare almeno due gol, aggiungiamo noi. Il 35enne ha messo a segno 14 reti nei Mondiali disputati fino a ora (2002, 2006 e 2010) e così gliene serve una soltanto per raggiungere il record di Ronaldo e un’altra, naturalmente, per superarlo. Ma da par suo Klose dimostra – o simula – di non riflettere troppo sul primato: "Il record non mi interessa, penso alla squadra". Una squadra che ha i mezzi e "la possibilità di fare bene e andare lontano in Brasile, ma – ammonisce il bomber, con un pizzico di umiltà, – sarebbe sbagliato e presuntuoso dichiarare che il titolo sarà conteso solo da noi".

Dallo spread ai mondiali
Ha ragione, Klose: i candidati alla vittoria finale sono diversi e tra questi c’è sicuramente la “sua” Germania, chiamata ad affrontare uno dei gironi più equilibrati, che oltre ai tedeschi comprende il Ghana, il Portogallo e gli Stati Uniti. Un trio tutto sommato alla portata dei ragazzi di Löw, che potranno anche sfruttare le enormi distanze che alcuni avversari (come gli Stati Uniti, per esempio) dovranno coprire. In assoluto, gli statunitensi saranno infatti la Nazionale chiamata a percorrere più chilometri per spostarsi tra i diversi stadi del Mondiale: 5.603. La Goldman Sachs avrà forse tenuto conto anche di questo aspetto al momento di inserire la Germania tra le tre principali candidate alla vittoria del torneo. Nel World Cup and Economics 2014, gli analisti della banca d’investimento statunitense si dicono abbastanza convinti che a conquistare il Mondiale sarà una squadra tra il Brasile (con il 48,5% delle probabilità), l’Argentina (14,1%) e – per l’appunto – la Germania (11,4%). Piccolo inciso. L’avventura degli Azzurri di Prandelli non durerà a lungo: secondo le previsioni della Goldman Sachs, dopo aver superato la fase a girone, l’Italia verrà sconfitta ai quarti di finale con la Spagna. Peccato. Indipendentemente dai pronostici una cosa appare invece sicura: una volta iniziato il Mondiale, i tedeschi daranno il meglio di sé per ricordare agli avversari che loro sono, come recita la scritta dal lettering snello e squadrato impressa sotto il colletto della maglia da gioco, Die Nationalmannschaft. La Nazionale.

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05 giugno 2014

La pacificazione delle favelas di Rio de Janeiro

“Il Brasile non è come la Germania”. L’ovvia osservazione è di Jérôme Valcke, segretario generale della Fifa, che a poche settimane dall’inizio del mondiale brasiliano si è sentito in dovere di avvisare chi raggiungerà il Paese sudamericano per assistere al torneo. “Il mio avvertimento per i tifosi – ha proseguito Valcke – è questo: assicuratevi che tutto sia a posto. Non sarà possibile, ad esempio, dormire in spiaggia”.
Eppure nella metropoli brasiliana, dove verranno disputati sei incontri dei sessantaquattro in programma per il mondiale e che accoglierà per l’occasione almeno 400 mila turisti, molto è stato fatto per rendere la città più sicura. Soprattutto laddove garantire l’ordine pubblico è sempre stato difficile: le favelas, che secondo le stime ospitano oltre 1.500.000 di persone. E così l’assessore alla pubblica sicurezza della capitale brasiliana, José Mariano Beltrame, si è affidato alle UPP (l’Unidades de Policia Pacificadora), che possono contare sull’apporto di un gran numero di agenti (12.500, in tutto) addestrati nel centro di reclutamento della Policia Militar. Il rapporto agenti/cittadini è così cresciuto fino ad una media di 30 ogni mille abitanti. E anche se tutto ha un costo molto elevato (233 milioni di euro l’anno, ovvero 720 milioni di Reais) il piano di “pacificazione” sta ottenendo risultati significativi: secondo i dati dell’Istituto di pubblica sicurezza (Instituto de Segurança
Pública), le vittime di morte violenta sono diminuite del 75% mentre “i furti si sono ridotti di oltre il 50%”. Tuttavia, dal 2013 e considerando i dati relativi all’intero Stato di Rio de Janeiro, emergono aspetti meno rassicuranti: a gennaio 2014, gli omicidi sono stati 482 contro i 389 dello stesso periodo dell’anno precedente (+23,9%), così come sono in crescita gli scippi (+17%), i furti d’auto (+19%) e i tentativi d’omicidio (+7%). Un progetto, quello delle UPP, che solleva qualche dubbio sulla sua efficacia e molti consensi – almeno apparentemente – tra gli abitanti di Rio de Janeiro: secondo un sondaggio della fondazione Getulio Vargas, l’87% degli abitanti di Santa Marta e il 93% di quelli di Cidade de Deus, 2 delle 34 comunità ‘pacificate’, sostiene con favore l’operato della polizia. Al momento, le UPP installate sono state 34 nelle 226 comunità di Rio de Janeiro, la prima fu a Santa Marta in Botafogo il 19 dicembre del 2008.
Le operazioni di polizia, a volte necessarie per ristabilire l’ordine pubblico, spesso si concludono in modo tragico: secondo il Forum brasiliano di pubblica sicurezza, un’organizzazione non governativa che raccoglie i dati ufficiali degli organi statali e federali, 1.890 persone sono morte nel corso delle operazioni di polizia nel 2012 (circa 5 morti al giorno). Solo a Rio de Janeiro e San Paolo gli omicidi nel primo semestre del 2013 sono stati rispettivamente 362 e 165. Un numero elevato, ma forse sottostimato e così “nel tentativo di evitare insabbiamenti di omicidi illegali da parte della polizia – osserva Human Rights Watch nel suo World Report 2014 – il governo di San Paolo ha adottato una risoluzione nel gennaio del 2013 che vieta alle forze dell’ordine di rimuovere i corpi delle vittime dalle scene delle sparatorie”.
Il mondiale – e la successiva Olimpiade, che si terrà nel 2016 – rappresenta un banco di prova per le autorità brasiliane, il cui operato è apparso spesso discutibile: dal giugno del 2013, molte sono state le manifestazioni contro i servizi pubblici inadeguati e gli alti costi sostenuti per l’organizzazione della coppa del mondo. “In diversi casi – denuncia Human Rights Watch – la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, pepe spray e proiettili di gomma in modo sproporzionato”. Le cose potrebbero però peggiorare: “coloro che scenderanno in strada per manifestare durante il torneo – denuncia Amnesty International – rischiano di andare incontro a una violenza indiscriminata da parte della polizia e dell’esercito, che stanno aumentando gli sforzi per controllare le proteste”. Un timore giustificato da quanto accaduto – e certificato da un rapporto di Amnesty (Loro usano la strategia della paura. Proteggere il diritto di manifestazione in Brasile) – nell’ultimo anno e da alcune proposte di legge esaminate dal Parlamento brasiliano, “che rischiano di limitare ulteriormente il diritto di manifestazione pacifica”. “Una bozza di legge – denuncia l’organizzazione internazionale – prevede una più ampia definizione di terrorismo, fino a comprendere il danneggiamento di beni e servizi essenziali”.