Un vero e proprio rimprovero. Incontrando i membri dello
Juventus club Parlamento, Andrea Agnelli ha denunciato infatti la difficile
situazione in cui versa il calcio italiano, senza esitare ad additare buona
parte delle responsabilità ai suoi attenti interlocutori. “Lo sviluppo di
questo sport – sottolineava Agnelli durante l’incontro avvenuto sul finire di
gennaio – è condizionato e talvolta frenato da elementi sui quali la vostra
attività istituzionale può incidere profondamente. Sarebbe auspicabile che il
Parlamento procedesse ad un’opera di semplificazione, magari con l’obiettivo di
arrivare, per un comparto che pesa l’1,6% del Pil nazionale, ad un Testo Unico
dello Sport. Il calcio professionistico – proseguiva il presidente juventino –
contribuisce al bilancio dello Stato con una cifra che si aggira intorno al
miliardo di euro”. “I rapporti di lavoro nello sport professionistico sono –
proseguiva Agnelli, concludendo – normati da una legge votata quando andavo in
prima elementare: la legge 91 del 1981, una norma che equipara, senza
distinzione, i nostri calciatori a dei meri dipendenti quando essi spesso hanno
redditi che non sfigurerebbero per fatturato nelle Associazioni di categoria
delle Piccole e Medie Imprese…”. L’invito era chiaro: semplificare per
contribuire allo sviluppo del calcio italiano per renderlo più competitivo e –
di conseguenza – più appetibile al suo vasto seguito.
Nel corso di
un’intervista a La Gazzetta dello Sport l’11 gennaio scorso, il presidente
della Lega Serie A Maurizio Beretta ha riferito infatti qualche dato. Scopriamo
così che sono 25,5 milioni gli italiani sopra i 14 anni interessati a seguire
il calcio; di questi 18,1 milioni fanno il tifo per una squadra di Serie A. Ma
c’è di più, perché apprendiamo che ogni giornata di campionato viene seguita –
attraverso l’utilizzo di piattaforme pay per view – da nove milioni di persone.
Crescono però anche gli italiani che seguono la propria squadra dal vivo: “Al
termine del girone d’andata – ha comunicato poi la Lega Calcio il 15 gennaio –
la media spettatori in Serie A è in crescita rispetto allo stesso periodo delle
ultime due stagioni: 23.740 presenze a partita contro le 23.392 dello scorso
anno (+1,5%) e le 23.072 di due anni fa (+3%), per un totale di 4.484.661”. Un
trend positivo che induce a rosee previsioni: “Questo dato – sottolinea la Lega
– proiettato a fine stagione (8.969.322), permetterebbe di registrare un
aumento di oltre il 5% rispetto alla media finale del campionato 2012-2013,
concluso con 8.584.596 spettatori allo stadio, e di avvicinarsi ai nove milioni
totali, livello superato solo in due occasioni (2004-2005 e 2008-2009) negli
ultimi 12 anni”. Una media spettatori in crescita, quindi. Tuttavia nel resto
d’Europa, le cose vanno decisamente meglio: secondo il rapporto Deloitte Annual
Review of Football Finance 2013, le partite di Bundesliga vengono seguite da
una media di circa 44.293 spettatori (+7% su base annua). Quelle di Premier
League e Liga spagnola, rispettivamente da 34.646 e 26.050. La Serie A si è
fermata invece a 22.005. La Ligue 1 da 18.869. “Il calcio europeo – commenta la
Deloitte – continua a crescere in termini di ricavi a ritmi superiori rispetto
agli altri settori dell’economia, raggiungendo i 19,4 miliardi di euro (+11%)
nella stagione 2011/2012”. Una crescita sostenuta e trainata da Premier League,
Bundesliga, Liga, Serie A e Ligue 1, che da sole raggiungono i 9,3 miliardi di
euro. Pur crescendo di meno rispetto ai maggiori tornei europei, la Serie A ha generato
un fatturato pari a 1,57 miliardi di euro (+1% rispetto al 2010/2011). Una
performance non all’altezza di quella della Premier League, che con i suoi 2.9
miliardi è la prima lega al mondo per ricavi. “Il calcio italiano – commenta
l’Eurispes nel suo 26esimo Rapporto Italia – si trova di fronte non a una crisi
congiunturale, bensì a una difficoltà strutturale che è andata sempre più
accentuandosi con il passare degli anni”. Appare così inevitabile – nostro
malgrado – quanto certificato dal 17esimo rapporto Deloitte Football Money
League, dove vengono ordinate le prime 20 società europee per fatturato. In
questa speciale classifica trova infatti posto un numero ristretto di club
italiani: quattro. Meglio va soltanto all’Inghilterra, con sei squadre in classifica:
Manchester United (4°), Manchester City (6°), Chelsea (7°), Arsenal (8°),
Liverpool (12°), Tottenham (14°). In testa, ma da nove anni a questa parte non
è una novità, c’è il Real Madrid con 519 milioni di euro di introiti nella
stagione 2012/2013. Barcellona e Bayern Monaco occupano rispettivamente il
secondo e il terzo gradino con 483 milioni per i catalani e 431 milioni per i
bavaresi. Trovano posto nella top ten due sole squadra italiane: la Juventus
(nona) e il Milan (decimo). Un risultato senza dubbio positivo per entrambi i
club, ma c’è di più: se si esclude la crescita “viziata commercialmente” del
Paris Saint Germain, la società bianconera fa registrare il maggior tasso di
crescita a livello europeo: +39% nelle ultime due stagioni. In crescita anche
gli introiti di Roma (+7%) in 19esima posizione e del Milan (+3%). Occupa la
posizione numero quindici l’Inter. La crescita media dei quattro club italiani
in classifica è dell’8%, meglio di quelli spagnoli (4%) e di quelli inglesi
(+2%). Un trend positivo e che fa ben sperare dopo i risultati degli ultimi
anni: “Non va dimenticato – ricorda l’Eurispes – che la Juventus fatturava
251,2 milioni di euro nel 2005/2006 e nella stessa stagione il Milan era
praticamente già ai livelli attuali. Nel frattempo, il Real Madrid è passato da
292,2 a 519 milioni di euro”. I ricavi dei club italiani dipendono
principalmente dalla vendita dei diritti televisivi: secondo il rapporto
Deloitte Annual Review of Football Finance 2013, il fatturato generato dalla Serie
A (1,57 miliardi di euro) è in larghissima parte riconducibile ai diritti
televisivi (932 milioni di euro). Gli sponsor hanno contribuito in misura
minore con 447 milioni di euro. Mentre i restanti 191 milioni di euro derivano
dalla vendita dei biglietti. Niente a che vedere con quanto accade altrove: in
Premier League, ad esempio. Dove i diritti televisivi sono stati ceduti per
1.305 milioni di euro, gli sponsor investono 783 milioni e i biglietti venduti
hanno garantito incassi per 667 milioni di euro. Accade così che nel nostro
Paese e secondo i dati raccolti dall’Eurispes in occasione del 26esimo Rapporto
Italia, “un tifoso su tre, il 32,5%, segue la propria squadra del cuore
utilizzando la pay per view”, assistere dal vivo ad una partita della propria
squadra è una scelta che sempre meno tifosi fanno: uno su quattro (il 25,6%)
spende “fino a 50 euro al mese” per acquistare un biglietto. La percentuale di
chi ne investe “fino a 150 euro mensili” è inferiore (9,4%). “A spendere più
volentieri per assistere dal vivo agli incontri di calcio – osserva l’Eurispes
– sono le persone più mature: il 38,7% dei 45-64enni fino a 150 euro, contro il
28% dei 18-24enni”. Mentre il 56,9% degli italiani ammette di “non spendere
nulla per l’acquisto di un biglietto”. Ma il risultato “più sorprendente” è un
altro: il 20,2% dei tifosi “ammette di non aver mai frequentato uno stadio”. I
motivi sono diversi, questo è certo. Fatto sta che il 60,7% vede lo stadio con
“un posto pericoloso”. Mentre solo il 20,7% crede che “ormai sia un luogo
sicuro”. I club italiani fanno i conti con un pubblico sempre meno propenso ad
accomodarsi sugli spalti di un impianto sportivo e sempre meno disposto ad
acquistare un gadget della propria squadra del cuore: il 77% ammette di non
spendere niente per comprare un prodotto ufficiale. “La Figc – sottolinea però
l’Eurispes – vede comunque la luce in fondo al tunnel. Per la Federazione è in
corso una trasformazione del modello di business nonostante la perdita
aggregata, in diminuzione, sia ancora significativa. Si è passati dai 430
milioni della stagione 2010/2011 ai 388 milioni della stagione 2011/2012
(-9,8%)”.
Pochino, se si valuta la situazione generale e si considera quanto
accade all’estero. Ma comunque sufficiente – a quanto sembra – per abbozzare un
timido sorriso.
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